Il nostro partner PARODI SCHOOL è patrocinatore del CORSO CSR MANAGER condotto da Mixura che si sta tenendo a Genova, e si concluderà a fine luglio.
Il corso è in collaborazione con ETIC LAB, PI PROGETTO IMPRESA e FONARCOM.
Parodi School è stata la prima in Liguria ad aver portato questa tematica in aula e IL SOLE 24 ORE lo ha riconosciuto con un articolo del 28 aprile 2014, ma non siamo qui per parlare di quanto siamo bravi noi ed i nostri partners (quello lo giudicherete voi).
Cosa è il CSR MANAGEMENT? E' la Responsabilità Sociale d'Impresa come intesa dall'Europa, dove l'inpresa è un attore inserito nel tessuto sociale che fa PROFITTO ma che lo fa in maniera SOSTENIBILE sia DENTRO che FUORI l'azienda.
Cosa vuol dire DENTRO l'azienda? Vuol dire che un ambiente positivo dove il DIPENDENTE/COLLABORATORE si trova a proprio agio, lo stesso lavora meglio e produce di più il che si traduce in maggior PROFITTO per l'azienda stessa.
Cosa vuol dire FUORI l'azienda? Vuol dire operare su un territorio senza danneggiarlo e quindi si parla di SOSTENIBILITA' AMBIENTALE, riducendo o azzerando l'inquinamento, avere una GESTIONE RESPONSABILE DEI RIFIUTI e soprattutto CREARE RICCHEZZA nel territorio dove si opera. Questo è il significato di SOCIALE per il CSR MANAGEMENT.
Il CSR MANAGEMENT si spinge anche oltre, ovvero allargando questi principi al mercato da cui si rifornisce e importandoli nel mercato dove agisce.
Volete saperne di più? Visitate il sito dei nostri partner www.parodischool.it ... !
A presto e buona Responsabilità Sociale d'Impresa a tutti!
(estratto da "La fine è il mio inizio" di T.Terzani)
Il corpo non siamo noi. Allora cosa siamo?
CREDIAMO di essere tutte le cose che ci preoccupa di perdere morendo. Con l'identità - giornalista, avvocato, direttore di banca - ti ci sei identificato e l'idea che tutto questo scompaia, che tu non sia più il grande giornalista, il bravo direttore di banca, che la morte ti porti via tutto questo ti sconvolge.
Tu possiedi la bicicletta, l'automobile, un bel quadroche hai comprato con i risparmi di tutta una vita, un campo, una casetta al mare. E' tua. E ora muori e la perdi. La ragione per la quale si ha tanta paura della morte è che con quella bisogna rinunciare a tutto quel che ci stava tanto a cuore, proprietà, desideri, identità.
Io l'ho già fatto. Negli ultimi anni non ho fatto che buttare a mare tutto questo e non c'è più nulla a cui sono legato. Perché ovviamente tu non sei il tuo nome, tu non sei la tua professione, non sei la casetta al mare che possiedi. E se impari a morire vivendo, come hanno ben insegnato i saggi del passato - i sufi, i greci, i nostri amati rishi dell'Himalaya - allora ti abitui a non riconoscerti in queste cose, a riconoscerne il valore estremamente limitato, transitorio, ridicolo, impermanente.
Conosco ahimé molto bene quella vita messa in scena ogni giorno e da tempo ho abbandonato la strada dell'attesa forse proprio grazie anche al messaggio di Beckett del quale ho visto tempo fa "En attendant Godot" seppur, come avrete capito, non mi sia piaciuto. Penso che sia solo una differenza di linguaggio e di canale di ascolto che non mi ha fatto apprezzare il suo stile seppur io sia in pieno accordo con il messaggio che vuole dare. Ho utilizzato il "suo suggerimento" in maniera concreta da quando mi sono buttato sulla strada della battaglia per ottenere quello che prima solo mi aspettavo. E' una strada faticosissima ma dà molta più soddisfazione che restare in attesa in effetti. Questo mi rendo conto mi ha portato fuori da molte cose del mondo ma devo dire che non mi mancano perché sono cose che in fondo distraggono solamente da quello che è veramente importante. Forse Beckett dovrebbero vederlo in molti ma mi permetto di dire che da solo non basta: la mia "opinabile opinione" è che Beckett da solo lascia un senso di angosciosa amarezza. Una volta presa consapevolezza della stagnazione nell'attesa serve uno stimolo ad andare oltre, per raggiungere una possibile dimensione diversa. Oserei dire una dimensione di felicità o perlomeno, una dimensione dove è possibile infilare in quel nostro bagaglio chiamato "vita" alcuni momenti di felicità....vera.
Il messaggio che dà Beckett - a mio avviso - andrebbe completato ad esempio insieme a qualche lettura che mi hanno consigliato, che ho letto e che ora mi permetto di consigliare anche io. E ci metto il semplicissimo "Fish" di Spencer Johnson insieme a "Le vostre zone erronee" di Dyer oltreché "A che gioco giochiamo" di E.Berne e anche il mitico "Un altro giro di giostra" Di T.Terzani.....
Quando il Papalagi pronuncia la parola «spirito», i suoi occhi si fanno grandi, rotondi e fissi; gonfia il petto, respira profondamente e si erge come un guerriero che ha battuto il nemico. Perché è particolarmente orgoglioso di questo «spìrito». Qui non si tratta dello spirito grande e potente che il missionario chiama «Dio», di cui noi tutti non siamo che una povera immagine, ma del piccolo spirito, quello che appartiene all'uomo e che fa i suoi pensieri. Se da qui vedo l'albero di mango dietro la chiesa della missione, non entra in azione lo spirito, perché lo vedo soltanto. Ma se riconosco che è più grande della chiesa della missione, allora ciò è spirito. Quindi non devo solo vedere qualcosa, devo anche sapere qualcosa. Il Papalagi esercita questo sapere dall'alba al tramonto. Il suo spirito è sempre come un tubo di fuoco carico o come un amo gettato.
Il nostro mondo non è lo stesso della volpe, del corvo, del moscone o del pesce. Ognuno tuttavia è convinto di essere nel giusto. Nel corso dell’evoluzione ogni cervello ha esaltato la percezione di alcune caratteristiche ambientali essenziali per quell'organismo. La nostra mente ci fornisce una percezione distorta della realtà, a nostra insaputa.